Memorie-2018

 

 

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DA ROMA ALLA TERZA ROMA

XXXV SEMINARIO INTERNAZIONALE DI STUDI STORICI

Campidoglio, 21-22 aprile 2015

 

 

http://www.dirittoestoria.it/7/CV/Mastrocinque-CV-D@S-2008_file/image002.jpgAttilio Mastrocinque

Università di Verona

 

GLI IMPERATORI SEVERI E I POPOLI DELL’IMPERO ROMANO

 

 

 

La constitutio Antoniniana, come si legge nel papiro di Giessen, è stata promulgata perché fossero moltissimi i cittadini romani a pregare gli dei e ringraziarli per avere salvato l’imperatore dalla congiura, quella che lui sosteneva essere stata ordita da suo fratello Geta, il quale era stato recentemente ammazzato. Il provvedimento stranamente non suscitò dibattiti - a quanto ne sappiamo - e gli autori antichi lo passano sotto silenzio, a parte una menzione per nulla lusinghiera di Cassio Dione[1]. Una fra le ragioni di questo inatteso silenzio è da ricercare nel fatto che i grandi cambiamenti nei diritti dei popoli erano già stati fatti da Settimio Severo, e Caracalla estese ulteriormente e sancì con una costituzione imperiale quanto già era in parte avvenuto e stava avvenendo. La constitutio Antoniniana segna uno spartiacque nella storia del diritto di cittadinanza romana, ma le sue basi erano già poste dal fondatore della dinastia severiana.

Settimio Severo aveva creato molti nuovi municipi e colonie, specialmente in Africa ed aveva voluto che le popolazioni si organizzassero come città, dotate di un Consiglio di Decurioni. Settimio aveva voluto, parallelamente, esautorare i governatori di province, concedendo loro poche truppe e frazionando le province troppo grandi. Oltre a ciò, l’Italia, sotto Settimio, perse il suo primato nei confronti delle province. Questo processo di valorizzazione delle città implicò enormi conseguenze dal punto di vista culturale, perché le città, acquisendo dignità, poterono valorizzare le loro tradizioni culturali, i loro culti e la loro letteratura. Fu così che sotto i Severi si moltiplicarono le manifestazioni delle varie culture locali e delle varie componenti dell’impero. Anche lo stesso Cristianesimo acquisì consistenza dal punto di vista archeologico ed epigrafico proprio sotto i Severi.

Nel grande crogiolo della Romanità le tradizioni dei populi, cioè delle città, trovavano il modo di esprimersi e di farsi conoscere. Non si trattò di una repressione delle culture locali, ma, al contrario, di una grande opportunità che fu data loro di esprimersi e di avere eventualmente pari dignità rispetto ad altri populi e culture più famosi.

 

Severo intraprese una politica di municipalizzazione di tale portata da costituire una solida base su cui la constitutio Antoniniana potè fondare la sua riforma e portare a compimento il processo iniziato dal fondatore della dinastia. Esattamente come aveva fatto Vespasiano, soprattutto in Iberia, e come sempre avevano fatto, in genere, i Romani, Severo intendeva avere a che fare con dei cittadini, possibilmente romani, e non con tribù di peregrini (barbaroi in greco), villaggi o agglomerati urbani privi di strutture costituzionali di tipo cittadino. Il caso più clamoroso fu quello di Alessandria d’Egitto, dove Severo soggiornò nel 199 e nel 200 d.C., e alla città diede un Senato e un ordinamento degno di una città, che essa non aveva mai avuto prima[2]. Qualcosa di simile forse avvenne in Giudea Eleutheropolis e Diospolis, che divennero città intorno al 199 e cominciarono ad emettere moneta[3]. Molti municipi e colonie furono creati da Severo, fra i quali basterà ricordare Carrhae, Nisibis, Singara, Resaena, Palmyra, Sebaste (in Samaria)[4]. L’area che maggiormente fu favorita dalla politica di municipalizzazione severiana fu l’Africa romana[5]. Ad esempio, Thugga, Thignica e Thibursicum Bure divennero municipi, e Cartagine fu elevata al rango di colonia.

Un’iscrizione da Forum Pinzi, in Bulgaria[6], prova come in questo periodo una comunità di villaggio avesse al suo interno dei cittadini, certamente romani, di Augusta Traiana, i quali costituivano l’élite del Forum, con una dinamica sociale che prefigurava quella della Latinitas, in cui i magistrati e, tendenzialmente, i decurioni costituivano la classe dirigente ed erano cittadini romani.

Sia Vespasiano che Severo avevano motivazioni economiche fiscali per promuovere le costituzioni civiche, e le avrà anche Caracalla. In comunità di tipo tribale era, ed è difficile stabilire il censo, avere dei catasti e razionalizzare così la percezione delle imposte. Severo rese i Senati municipali responsabili dell’assolvimento dei doveri fiscali[7]. Caracalla mantenne le tassazioni tipiche dei provinciali (specialmente le tasse fondiarie) e chiese loro anche le lievi tasse che pagavano i cittadini romani[8].

Severo doveva il potere imperiale alle sue truppe e per questo egli fece grandi concessioni ai soldati, specialmente concedendo loro un aumento di stipendio e la possibilità di sposarsi[9]. In questo modo anche i soldati divennero dei veri cittadini, anche nel senso di persone che vivono in città, dato che molti di loro abbandonarono la vita nelle canabae ed ebbero le loro domus, e fu così che sorsero quartieri per i soldati in non poche città, come nel caso di Bosra, Dura Europos o Eburacum.

Con questo, il processo di municipalizzazione dell’impero romano, iniziata con la lex Iulia del 90 a.C., professata da Cesare ed Augusto, con la volontà di dedurre molte colonie, e da Vespasiano, che creò molti municipi di diritto latino in Iberia, fu completato da Severo e da Caracalla e lentamente l’impero stava diventando, da tutti i punti di vista, una compagine di cives, con istituzioni locali e un punto di riferimento comune, costituito dal modello di civiltà fornito da Roma stessa e dalle sue istituzioni, sovraordinate alle istituzioni locali delle varie città.

 

La caratteristica maggiore e specifica della municipalizzazione sotto i Severi è l’integrazione del mondo semitico nel quadro della romanità. Al tempo della Guerra Sociale, le leggi che posero fine alla contesa con gli Italici, la lex Iulia e la Plautia Papiria, permisero di integrare nella civitas Romana, oltre alle comunità dei vari popoli italici, anche le città greche dell’Italia, anche se non tutte accettarono di buon grado il nuovo diritto di cittadinanza[10]. Augusto creò un impero bilingue, latino e greco[11], e volle essere, egli stesso, greco e ateniese fin nel più intimo dei segreti del popolo amico, ricevendo l’iniziazione ai misteri eleusini[12]. In colonie romane come Corinto, Antiochia di Pisidia o Cesarea di Cappadocia si poteva parlare latino o greco e venerare gli dei locali come se si trattasse (e si trattava) di dei romani[13]. A parte poche enclaves dove si parlava (anche) latino, come nelle colonie di Berytus o di Heliopolis, i semiti rimasero per secoli dei provinciali di serie B. Ci furono imperatori filelleni, come Nerone e Adriano, ma nessuno filosemita, e i vecchi giudizi negativi, che risalivano alle guerre Puniche per i Romani e alle guerre Persiane per i Greci, continuavano a sussistere, come si può capire leggendo i romanzi greci dei primi due secoli dell’epoca imperiale o il XXIII discorso di Dione Crisostomo.

La Epitome de Caesaribus[14] ricorda che Severo parlava meglio il punico del latino, e in effetti nella sua città natale, Leptis Magna, il punico era ancora la lingua più diffusa[15], mentre sua moglie Giulia Domna era nata e cresciuta a Emesa, città fondata dagli Arabi, e dunque era una principessa di cultura semitica. Tiro e la sua antica colonia di Cartagine divennero coloniae iuris Italici sotto Severo e Tiro divenne anche la capitale della provincia di Syria-Phoenice, da Severo stesso creata dopo la vittoria su Nigro. Dal tempo di Eliogabalo la città di Tiro cominciò a emettere monete celebrative per ricordare Didone e la fondazione di Cartagine da parte di Tiro, e l’alfabeto fenicio accompagnò qualche emissione monetale tiria, mentre un autore contemporaneo come Bardesane fondava la tradizione letteraria del siriaco, il dialetto aramaico di Edessa.

La passione per Alessandro il Macedone da parte di Caracalla non arrestò il processo innescato da Severo, che fu inarrestabile. Forse sarebbe stato difficile per Costantino dare un posto preminente ad una religione di origine giudaica come il Cristianesimo se Settimio Severo e Caracalla non avessero creato le premesse per poter considerare le culture dei Semiti come parte della romanità.

 



 

[Un evento culturale, in quanto ampiamente pubblicizzato in precedenza, rende impossibile qualsiasi valutazione veramente anonima dei contributi ivi presentati. Per questa ragione, gli scritti di questa parte della sezione “Memorie” sono stati valutati “in chiaro” dal Comitato promotore del XXXVI Seminario internazionale di studi storici “Da Roma alla Terza Roma” (organizzato dall’Unità di ricerca ‘Giorgio La Pira’ del CNR e dall’Istituto di Storia Russa dell’Accademia delle Scienze di Russia, con la collaborazione della ‘Sapienza’ Università di Roma, sul tema: MIGRAZIONI, IMPERO E CITTÀ DA ROMA A COSTANTINOPOLI A MOSCA) e dalla direzione di Diritto @ Storia]

 

[1] Cass.Dio LXXVIII.9.4-5; cfr. Ulp., Dig.1.5.17.

[2] Hist.Aug., Severus 17: 1 In itinere Palaestinis plurima iura fundavit. Iudaeos fieri sub gravi poena vetuit. Idem etiam de Christianis sanxit. 2 Deinde Alexandrinis ius buleutarum dedit, qui sine publico consilio ita ut sub regibus ante vivebant uno iudice contenti, quem Caesar dedisset.

[3] A.R. Birley, Septimius Severus. The African Emperor, New York 2002, 135.

[4] Birley, Septimius Severus, cit.,132.

[5] T. Kotula, Les curies municipales en Afrique romaine, Wroclaw 1968; J. Gascou, La politique municipale de Rome en Afrique du Nord, in ANRW 2.10.2, 1982, 136–320.

[6] IGR I, 766 =SIG3 880.

[7] Cf. Ulpianus, Dig. L.4.3.10; Arcadius, Dig. L.4.18.26. I doveri dei Senati municipali sono fissati dai giuristi severiani Ulpiano, Papiniano, Paolo, Modestino e Callistrato in Dig. L.5-6.

[8] Cass.Dio LXXVIII.9.4-5: «c’erano i doni che (Caracalla) domandava ai cittadini ricchi e alle varie comunità, e le tasse, sia quelle nuove che aveva promulgato sia la tassa del 10 per cento che aveva istituito al posto di quella del 5 per cento, sulle emancipazioni di schiavi, i lasciti testamentari e tutte le cessioni; infatti aveva abolito il diritto di successione e l’esenzione fiscale che erano stati concessi in simili casi a coloro che erano strettamente imparentati con il defunto. Questa era la ragione per cui fece cittadini romani tutti quelli che vivevano nell’impero romano; a parole egli li onorava, ma nei fatti egli intendeva accrescere le sue rendite in tal modo, visto che gli stranieri non erano tenuti a pagare la gran parte di tali tasse».

[9] Herodian. III.8.4-5: «Severo … elargì ai soldati un abbondante donativo e conferì loro molti privilegi che prima non avevano. Infatti per primo accrebbe il loro stipendio, permise inoltre che portassero l’anello d’oro e che contraessero matrimoni legittimi».

[10] Cic., Pro Balbo 8.21.

[11] Suet., Aug. 98: Augusto «distribuì … oltre vari piccoli doni, toghe e mantelli greci, a condizione che i Romani adottassero il costume e la lingua dei Greci e questi facessero viceversa».

[12] Suet., Aug. 93: «ricevuta l'iniziazione ad Atene, quando in seguito a Roma, davanti al suo tribunale si trattò di una questione relativa al privilegio dei sacerdoti della Cerere ateniese e si cominciò a svelare alcuni segreti, egli congedò il consiglio dei giudici e tutti gli assistenti e da solo seguì il dibattito»; sulla sua iniziazione a Eleusi cfr. anche Cass.Dio LI.4.1; Liv. 9.10.

[13] Sulla questione: N. Belayche, LVNA/MÊN ASKAENOS. Un dieu romain à Antioche en Pisidie, in Ritual Dynamics and Religious change in the Roman Empire (Proceedings of the Eighth Workshop of the International Network Impact of Empire), a cura di O. Hekster, S. Schmidt-Hofner e Chr. Witschel, (Impact of Empire 9), Leiden-Boston 2009, 327-348.

[14] Ps. Aur. Vict., Epit. de Caes. 20: Latinis litteris sufficienter instructus, Graecis sermonibus eruditus, Punica eloquentia promptior.

[15] Birley, Septimius Severus, cit., 23-36.